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Scheda libro
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È frequente sentire addebitare la responsabilità della crisi attuale all'assenza di regolamentazione dei mercati finanziari, all'avidità delle banche d'affari e dei loro top manager, alla connivenza tra vigilati e organismi di vigilanza, alle perversioni dell’ingegneria finanziaria. Certamente tali fattori hanno contribuito all'accumulo della montagna di debiti che è rovinosamente franata.
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Ma come è stato possibile che nei paesi sviluppati una quota non irrilevante di cittadini ha dovuto ricorrere così massicciamente al credito?
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Perché hanno cercato di convincerci che il debito privato fosse una virtù e quello pubblico un vizio?
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C'è un motivo per cui la storia economica recente è un susseguirsi di gravi crisi finanziarie (1992: Italia e Regno Unito, 1995: Messico e America Latina, 1997: Asia; 1998: Russia, 2000: Net Economy, 2001: Argentina)?
È impossibile capire i recenti avvenimenti senza analizzare gli squilibri tra le grandi aree economiche e senza considerare i processi di deterioramento del contesto sociale. L'aumento delle disparità di reddito, lo spostamento del baricentro economico del mondo e gli scompensi che caratterizzano la maggiore economia del pianeta sono gli elementi in grado di spiegare il difficile momento che stiamo vivendo.
La corsa del modello di sviluppo capitalistico che conosciamo sembra essere arrivata al suo capolinea: incapacità di garantire benessere ad ampi strati di popolazione, esaurimento delle risorse del pianeta e snaturamento del meccanismo rappresentativo democratico sono spie di una pericolosa involuzione del sistema.
C’è un’altra strada da percorrere prima del collasso definitivo?
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Indice:
- I petrodollari di Kissinger
- Gli Usa, un’economia a credito
- La finanziarizzazione e il peso della guerra
- Mutui subprime e prenditori ninja
- AAA, cartolarizzazione offresi
- Sabbia negli ingranaggi
- Le mille bolle
- Agosto 2007
- Ma quanto mi costi?
- Arrivano i nostri?
- Settembre nero
- La rivoluzione di ottobre
- L’incendio è spento?
- Paint it black
- Il peggio è ormai passato
- Tra recessione e deflazione: il paradosso di Irving Fisher
- La lezione di Minsky
- E se stavolta Keynes non bastasse?
- Il grande scambio
- Gli effetti geopolitici
- Come si esce da questa crisi?
- Per non avere più crisi
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Estratto:
Il grande scambio tra Usa e Cina
Ma se i soldi veri, in occidente, sono finiti e, per rilanciare politiche volte a sostenere le proprie economie, gli Stati sono costretti a ricorrere all’indebitamento, chi potrà prestare loro i capitali necessari? La domanda è più pressante per gli Stati Uniti, dove il debito non appesantisce solo i conti pubblici ma, come abbiamo visto, è una gravosa zavorra anche per le famiglie e le imprese. I piani di stimolo dell’economia e di salvataggio delle banche che Washington ha predisposto potrebbero essere un libro dei sogni se non venisse fuori qualcuno disposto a finanziare gli Usa per qualche migliaia di miliardi di dollari all’anno. Di creditori di questo genere non ce ne sono molti in giro. Il principale è proprio il futuro antagonista geopolitico che sta dall’altra parte dell’Oceano Pacifico: la Cina. Nei mesi scorsi abbiamo assistito ad uno scambio di messaggi tra le due grandi potenze portato avanti per mezzo di dichiarazioni pubbliche richiamate sui giornali, cui avrà fatto riscontro una serie di incontri riservati, le cui conclusioni non sono state riportate esplicitamente dalla stampa.
La prima bordata l’ha sparata, se così vogliamo dire, il premier cinese Wen Jiabao, affermando «abbiamo prestato molto denaro agli Stati Uniti. È naturale, quindi, che ora siamo preoccupati per la sicurezza dei nostri investimenti.» Le risposte a tali affermazioni non si sono fatte attendere: vari esponenti economici dell’amministrazione Obama, incluso Lawrence Summers (direttore del consiglio economico del presidente), hanno rassicurato i creditori asiatici sulla solidità e affidabilità del governo americano. Per dare più credibilità a tali dichiarazioni l’esecutivo Usa ha annunciato un piano che prevede il dimezzamento del deficit di bilancio federale nell’arco dei prossimi quattro anni, grazie alla fine dell’impegno militare in Iraq, a vari tagli di spesa e all’aumento dell’imposizione fiscale sui redditi più elevati. Alla fine di febbraio 2009, il segretario di Stato, Hillary Clinton, va in visita ufficiale a Pechino e ringrazia pubblicamente «la Cina per il massiccio sostegno al debito pubblico americano», dimenticandosi dell’annosa questione del rispetto dei diritti umani nel Celeste Impero. Poi arriva Zhou Xiaochuan, governatore della banca centrale cinese, che se ne esce con l’auspicio dell’avvento «di una valuta di riserva internazionale senza legami con alcuna nazione e in grado di assicurare una stabilità di lungo termine». Tale proposta solleva più entusiasmo nei ministeri economici russi che non tra gli stessi proponenti. Infatti, in contemporanea, la signora Hu Xiaolian, vicegovernatore della banca centrale cinese, dichiara «i titoli di Stato statunitensi sono un elemento importante nella strategia d’investimento a lungo termine delle nostre riserve valutarie. Quindi continueremo ad acquistarli.»
Se ne deduce che, nel breve termine, i due contendenti sono obbligati a trovare un accordo. (...) |
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